Un indumento di lavoro è un DPI quando è progettato e certificato per proteggere da un rischio specifico e la valutazione dei rischi lo prevede contro quel rischio. Divise e abiti ordinari non lo sono. Dal 31 ottobre 2025, per il DL 159/2025, i capi individuati come DPI nel DVR vanno lavati, riparati e sostituiti a cura del datore.
La distinzione ha conseguenze economiche e organizzative. Una tuta qualificata come DPI non può più essere consegnata al lavoratore perché la lavi a casa come capita: l’azienda deve garantire che dopo ogni lavaggio conservi le prestazioni dichiarate. Una divisa scelta per riconoscibilità, invece, resta fuori da questo regime, salvo diversi accordi contrattuali.
Divisa o DPI: il confine fissato dall’articolo 74
La definizione di partenza è nell’art. 74, comma 1, del D.Lgs. 81/2008: è DPI qualsiasi attrezzatura che il lavoratore indossa o tiene addosso per proteggersi da uno o più rischi per la salute e la sicurezza, compresi complementi e accessori. La norma richiama le definizioni del Regolamento (UE) 2016/425, che disciplina la progettazione e la marcatura CE dei dispositivi.
Il comma 2, lettera a), esclude espressamente “gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore”. Il criterio è quindi la destinazione protettiva, non l’obbligo di indossare il capo, il colore o la presenza del logo. Un camice da banco in un negozio, una polo con il marchio aziendale, una giacca da cameriere non diventano DPI solo perché il datore ne impone l’uso.
Cosa ha aggiunto il DL 159/2025 all’articolo 77
L’art. 5, comma 1, lettera g), del DL 159/2025 ha integrato l’art. 77, comma 4, lettera a). Dopo la frase sull’obbligo di mantenere efficienti e igienici i DPI, il testo ora prosegue così:
“anche per specifici indumenti di lavoro che assumono la caratteristica di DPI, previa loro individuazione attraverso la valutazione dei rischi”
La formula contiene due elementi. Il primo è l’aggettivo “specifici”: non tutti gli indumenti, ma quelli che hanno davvero funzione protettiva. Il secondo è la condizione “previa loro individuazione”: l’obbligo di manutenzione e igiene scatta quando il DVR li ha classificati come DPI. La modifica è in vigore dal 31 ottobre 2025, non è stata toccata in conversione e non richiede atti attuativi. Il contenuto generale dell’obbligo di mantenimento è approfondito nella pagina sull’articolo 77 e l’igiene ed efficienza dei DPI.
Quali capi possono essere DPI: una mappa per rischio
I capi con funzione protettiva sono certificati secondo norme tecniche armonizzate, indicate nella marcatura e nella nota informativa del fabbricante. La tabella elenca i casi più comuni; non è esaustiva e serve a orientare la ricognizione.
| Rischio | Esempi di indumento | Norma tecnica di riferimento | Punto critico nella manutenzione |
|---|---|---|---|
| Visibilità su strade, cantieri, piazzali | Giacche, gilet, pantaloni ad alta visibilità | UNI EN ISO 20471 | Numero massimo di lavaggi e superficie fluorescente residua |
| Calore e fiamma | Tute ignifughe per fonderie e impianti | UNI EN ISO 11612 | Detergenti e ammorbidenti che alterano il trattamento |
| Saldatura | Giacche e grembiuli da saldatore | UNI EN ISO 11611 | Bruciature e fori da spruzzi |
| Arco elettrico | Indumenti per lavori elettrici | IEC 61482-2 | Riparazioni con materiali non equivalenti |
| Freddo | Abbigliamento per celle frigorifere | UNI EN 342 | Perdita di isolamento con l’usura |
| Pioggia e intemperie | Giacche impermeabili | UNI EN 343 | Ripristino dell’impermeabilità |
| Cariche elettrostatiche | Indumenti antistatici in zone ATEX | UNI EN 1149-5 | Lavaggi che riducono la dissipazione |
| Agenti chimici | Tute di protezione chimica | UNI EN 13034 (tipo 6) e norme affini | Contaminazione e decontaminazione |
Il passaggio decisivo resta la valutazione dei rischi. Un gilet ad alta visibilità acquistato per un magazzino con carrelli elevatori è un DPI; lo stesso capo indossato per una manifestazione aziendale no.
Il passaggio obbligato: l’elenco nel documento di valutazione dei rischi
Dopo la modifica, il DVR deve contenere un elenco degli indumenti considerati DPI, collegato alle mansioni e ai rischi. La circolare INL n. 1/2026 (prot. del 23 febbraio 2026) indica proprio questo come oggetto della verifica ispettiva: si controlla che la valutazione individui quali indumenti di lavoro assumono la caratteristica di DPI.
L’elenco funziona in due direzioni. Da un lato definisce il perimetro dell’obbligo di manutenzione e igiene, dall’altro protegge l’azienda da contestazioni infondate su capi che non hanno funzione protettiva. Un DVR che tace sull’argomento lascia invece aperta la discussione caso per caso, spesso nel momento meno favorevole, cioè durante un accesso ispettivo o dopo un infortunio.
Lavaggio, riparazione e sostituzione: cosa resta in capo al datore
Per i capi individuati come DPI il datore deve assicurare che lavaggi e riparazioni rispettino le istruzioni del fabbricante. Molte norme di prodotto prevedono un numero massimo di cicli di lavaggio, oltre il quale la protezione non è più garantita; altre vietano candeggianti o ammorbidenti. Il lavaggio domestico è difficile da controllare e, per i capi contaminati da agenti chimici o biologici, può esporre anche i familiari.
Le soluzioni praticabili sono tre: lavanderia industriale con capitolato che richiami le istruzioni del fabbricante, lavaggio interno con procedure scritte, oppure lavaggio affidato al lavoratore con istruzioni precise e controllo periodico dei capi. In ogni caso il costo resta all’azienda, perché l’art. 15, comma 2, del D.Lgs. 81/2008 esclude oneri finanziari per i lavoratori. Quando il capo perde i requisiti, per usura o danno, va sostituito.
La violazione dell’obbligo è sanzionata come per qualsiasi DPI dall’art. 87, comma 2, lettera d): arresto da tre a sei mesi o ammenda da 2.500 a 6.400 euro per datore di lavoro e dirigente, importi nominali soggetti a rivalutazione.
Checklist per classificare un indumento
- Elencare tutti i capi forniti ai lavoratori, compresi quelli in appalto di servizi.
- Per ciascuno, verificare se ha marcatura CE come DPI e una nota informativa del fabbricante.
- Collegare il capo a un rischio individuato nel DVR per quella mansione.
- Se il collegamento esiste, inserirlo nell’elenco degli indumenti-DPI; se no, classificarlo come abbigliamento ordinario.
- Per gli indumenti-DPI, fissare chi lava, con quali prodotti, quante volte e chi registra i cicli.
- Stabilire i criteri di ritiro: lavaggi massimi raggiunti, strappi, perdita di superficie riflettente, contaminazione.
- Verificare la compatibilità con gli altri DPI, ad esempio tra tuta ignifuga e imbracatura anticaduta.
Esempio: un’impresa di manutenzione stradale con 15 operatori fornisce giacche e pantaloni ad alta visibilità in classe 3, consegnati finora con l’indicazione di lavarli a casa. Dopo la modifica, il DVR li inserisce tra gli indumenti-DPI. L’azienda stipula un contratto con una lavanderia che registra i cicli per ogni capo e ritira quelli giunti al numero massimo indicato in etichetta. Le polo con il logo, usate nel magazzino interno senza traffico di mezzi, restano abbigliamento ordinario.
L’errore tipico: personalizzare il capo senza valutarne l’effetto
Un errore ricorrente riguarda le personalizzazioni. Una giacca ad alta visibilità su cui viene applicato un grande logo aziendale può perdere superficie fluorescente o retroriflettente e scendere di classe. Lo stesso vale per toppe cucite su tute ignifughe con filati non idonei. La modifica non autorizzata, anche se decisa dall’ufficio acquisti per ragioni di immagine, compromette l’efficienza del DPI che il datore è tenuto a garantire.
Il secondo errore è considerare DPI qualunque capo obbligatorio, gonfiando l’elenco. Così l’azienda si carica di obblighi di manutenzione su divise che non proteggono da nulla e perde di vista i capi davvero critici. Per i lavori in quota, dove imbracature e indumenti si sovrappongono, il collegamento con il piano di emergenza e recupero è utile anche per valutare la compatibilità dei capi. Le altre novità su scale, protezioni e DPI sono riassunte nella sezione cadute dall’alto, DPI e scale; le indicazioni ispettive complete sono nella pagina sulla circolare INL n. 1/2026 e il quadro generale nella guida al DL 159/2025.
Risposte rapide
Domande frequenti
Una divisa aziendale è un DPI?
Di regola no. L'art. 74, comma 2, lettera a), del D.Lgs. 81/2008 esclude dai DPI gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore. Una divisa scelta per decoro o riconoscibilità resta tale anche se obbligatoria. Diventa DPI solo un capo progettato e certificato contro un rischio individuato nel DVR.
Chi deve lavare gli indumenti di lavoro che sono DPI?
Il datore di lavoro. Dal 31 ottobre 2025 l'art. 77, comma 4, lettera a), estende l'obbligo di assicurare igiene ed efficienza, con manutenzione, riparazioni e sostituzioni, agli indumenti che la valutazione dei rischi individua come DPI. Il lavaggio può essere affidato a una lavanderia o, con istruzioni precise, gestito diversamente, ma il costo e il controllo del risultato restano a carico dell'azienda.
Cosa controlla l'ispettore sugli indumenti DPI?
Secondo la circolare INL n. 1/2026 l'ispettore verifica che il documento di valutazione dei rischi individui quali indumenti di lavoro assumono la caratteristica di DPI. Senza questa individuazione l'azienda non può dimostrare di averne gestito igiene ed efficienza. Vengono poi controllati marcatura, istruzioni del fabbricante e prove di lavaggio, manutenzione e sostituzione.
La giacca ad alta visibilità è un DPI anche se la indossa un magazziniere?
Dipende dalla valutazione dei rischi. Un indumento certificato secondo la norma UNI EN ISO 20471 è un DPI per costruzione, ma l'obbligo di gestirlo come tale nasce quando il DVR lo prevede contro un rischio reale, ad esempio la circolazione di carrelli in magazzino. In quel caso lavaggi, riparazioni e sostituzioni seguono le istruzioni del fabbricante.
Fonti ufficiali
Verifica sempre il testo vigente e gli atti attuativi prima di assumere decisioni operative.